Uno sguardo cattolico sul presente

Perché non scomunicare i politici che sostengono l'aborto?

La Chiesa non può scomunicare i politici favorevoli all'aborto perché la loro posizione, sebbene moralmente grave, non costituisce un crimine canonico. A loro dovrebbe essere negata l'Eucaristia per proteggere la dignità del sacramento.

Redazione Omnes

21 agosto 2025

aborto scomunicato
©OSV News photo/Alex Kormann, Reuters

Di Jenna Marie Cooper, Notizie OSV

In tutti i dibattiti degli ultimi anni sull'opportunità di negare o meno la Santa Comunione ai politici favorevoli all'aborto, mi sono sempre chiesto: perché i loro vescovi non potrebbero semplicemente scomunicarli? Così almeno tutto sarebbe chiaro, di dominio pubblico e quindi probabilmente meno controverso per i media.

La risposta breve alla sua domanda è che la scomunica è specificamente una punizione per i crimini canonici. E se il sostegno politico alle politiche pro-choice è moralmente problematico, non costituisce di per sé un crimine canonico.

Ragioni canoniche

Per contestualizzare, quando si parla di politici favorevoli alle elezioni a cui viene negata la Santa Comunione, la citazione pertinente è la seguente canon 915 del Codice di Diritto canonico. Il canone 915 ci dice che chi "persevera ostinatamente in un peccato grave e manifesto non può essere ammesso alla Santa Comunione".

Il canone 915 fornisce ai ministri della Santa Comunione e alle figure di autorità pastorale (cioè vescovi e parroci) criteri oggettivi per determinare se negare la Santa Comunione a un particolare cattolico. Questo è importante, poiché la posizione di default della Chiesa è quella di rendere i sacramenti il più accessibili possibile, basandosi sul principio che i fedeli hanno un diritto fondamentale ad essi.

Il criterio centrale del canone 915 è che il peccato in questione sia "grave" o estremamente serio, e la promozione attiva di politiche governative a favore della distruzione di vite umane innocenti sarebbe certamente qualificata.

Peccati pubblicamente conosciuti

Il peccato deve anche essere "manifesto", ovvero facilmente conoscibile dal pubblico o comunque osservabile dall'esterno. In generale, i programmi politici, le posizioni su questioni controverse e le votazioni sono questioni di pubblico dominio. Infine, la persona deve essere "ostinatamente perseverante" nel suo peccato, il che significa che lo commette continuamente, anche dopo essere stata avvertita da un'autorità pastorale competente della grave peccaminosità delle sue azioni.

Sebbene queste considerazioni possano sembrare molto legalistiche e suggerire che la persona sia in qualche modo "sotto processo", questo canone fa parte della sezione del Codice di Diritto Canonico sui sacramenti e non è realmente legato al diritto penale della Chiesa. In altre parole, il canone 915 e i canoni correlati mirano a proteggere la dignità del sacramento come obiettivo primario; non sono intesi come una punizione diretta per i reati canonici. La Chiesa considera l'applicazione del canone 915 come una questione di dialogo pastorale e di ammonizione personale, piuttosto che come il risultato di un processo penale o di un procedimento giudiziario ecclesiastico.

Al contrario, il diritto penale della Chiesa mira a identificare e punire i reati. Ciò va a vantaggio sia degli autori dei reati, quando sono puniti con pene "curative", sia della più ampia comunità ecclesiale, quando sono puniti con pene "espiatorie".

La pena della scomunica è medicinale

La scomunica è un esempio di pena medicinale, in quanto è intesa come una sorta di "campanello d'allarme" per avvertire il colpevole che è sulla strada sbagliata, e può essere revocata con relativa facilità se il colpevole si pente. Le pene espiatorie includono la perdita dello stato clericale, in cui un sacerdote condannato per un reato canonico viene virtualmente espulso dal sacerdozio.

Il diritto ecclesiastico richiede che "le leggi che prescrivono una pena... siano interpretate rigorosamente" (Canone 18). Ciò significa che le pene canoniche non possono essere applicate liberamente a tutti i comportamenti scorretti che la Chiesa desidera reprimere. Piuttosto, una pena canonica può essere imposta solo per atti specificamente definiti come crimini dal diritto canonico.

Sebbene l'atto di provocare direttamente un aborto sia un crimine canonico punibile con la scomunica automatica (cfr. canone 1397, 2), ciò si applica solo in situazioni in cui un particolare individuo ha effettivamente causato un aborto personalmente, e non in situazioni in cui una persona ha promosso l'aborto in modo più astratto.

Alla luce di ciò, non sarebbe né possibile né pastoralmente appropriato tentare di usare la pena di scomunica come un modo per evitare le scomode conversazioni talvolta associate al canone 915.

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