Uno sguardo cattolico sul presente

Braval: dal dialogo alla vera integrazione

Josep Masabeu, presidente di Braval, spiega come le "Conversazioni" - incontri mensili con diversi profili - siano diventate uno strumento fondamentale per l'integrazione dei giovani immigrati nel Raval.

Teresa Aguado Peña

13 settembre 2025

Braval
Le conversazioni di Braval (Foto. Braval)

Nel 2005, Braval lavorava già da sette anni per migliorare l'integrazione dei giovani immigrati attraverso lo sport, il sostegno educativo e la convivenza interculturale. Josep Masabeu, il suo presidente, voleva andare oltre: "Ci siamo chiesti: 'Cosa succede in altre entità? Cosa succede con l'amministrazione? Quali sono le tendenze? 

Così, alla ricerca di una comprensione profonda e pratica della realtà, sono nate le "Conversazioni sull'immigrazione", sotto forma di pranzi mensili con persone provenienti da diversi settori: giornalisti, imprenditori, educatori, funzionari pubblici... sempre con profili variegati per evitare visioni unilaterali: "Il contrasto di opinioni ed esperienze è molto arricchente", sottolinea Josep.

20 anni e 142 conversazioni dopo, Braval ha creato una rete di connessioni che gli permette di avere contatti diretti ed efficaci con enti che aiutano a risolvere i problemi concreti dei giovani. Inoltre, molte persone condividono esperienze che funzionano anche altrove. "A volte invitano anche i loro leader al pasto successivo, e in questo modo si genera una rete di apprendimento reciproco", dice Josep.

L'impatto è stato anche sull'occupazione. Grazie ai colloqui, sono nate opportunità di inserimento di giovani in settori che necessitano urgentemente di personale. E grazie alla fiducia generata, spesso sono gli stessi ospiti ad aprire le porte a nuove collaborazioni.

La chiave: mescolare per integrare

Masabeu sottolinea che la mescolanza culturale è la chiave dell'integrazione: "Se non ci si mescola, si mantiene il ghetto".

A Braval la mescolanza si realizza soprattutto attraverso lo sport: "Le nostre squadre di calcio e di basket sono miste. Perché se hai una squadra di filippini contro una di marocchini, o di ecuadoriani contro spagnoli, non hai rotto nulla.

Attraverso il gioco condiviso, i bambini abbattono i pregiudizi. Il calcio e il basket sono solo il punto di partenza. Da lì, Braval struttura una serie di supporti: rinforzo scolastico, incontri settimanali di squadra, accompagnamento personalizzato... e formazione ai valori.

Ma l'approccio è chiaro: nessuna attività "migratoria". "Non siamo in un campionato per immigrati. Siamo nel normale campionato di Barcellona, con 120 squadre di tutti i quartieri. Questo permette ai nostri ragazzi di uscire dal quartiere e agli altri di venire a conoscere la nostra realtà".

In contrasto con l'immagine stereotipata dell'immigrato passivo o dipendente, Masabeu sottolinea una realtà molto diversa: "Hanno una capacità brutale di combattere, che i ragazzi qui non hanno".

Dialogo interreligioso basato sull'identità cristiana

Una delle dimensioni più sorprendenti di Braval è la naturale coesistenza tra le religioni. Il centro ha un'identità cristiana - è un'iniziativa dell'Opus Dei - e non la nasconde.

"Abbiamo un oratorio con il Santissimo Sacramento, un sacerdote viene una volta alla settimana e offriamo la catechesi a chiunque la desideri. Ma non abbiamo mai avuto problemi con nessuno", dice Masabeu.

La convivenza fa parte dell'esperienza quotidiana. Ci sono volontari e partecipanti di nove religioni: cattolici, evangelici, ortodossi, musulmani, buddisti, induisti, testimoni di Geova, ebrei e atei. Il risultato è una ricca convivenza, dove la religione, lungi dal dividere, unisce attraverso il rispetto reciproco.

"I bambini fanno un sacco di domande: che festa festeggiate oggi? Perché mangiate questo? Perché non mangiate quello? Se mi inviti alla tua festa, vengo. E quando è la mia, vieni anche tu". Alle cresime, ad esempio, i ragazzi invitano gli amici della squadra - di qualsiasi religione - e tutti partecipano con gioia.

Amore e trascendenza

Alla fine, il successo di Braval non si spiega solo con una buona organizzazione o un modello educativo. Ciò che fa la differenza è qualcosa di più profondo: "Quello che trasmettete è amore. E loro se ne accorgono. A volte bisogna rimproverarli, certo, ma si sentono benvenuti.

Perché alla fine, più che una strategia, Braval è una comunità di persone che si preoccupano l'una dell'altra. Dalla preghiera, dalla dedizione, dalla fede. E così, l'integrazione non è un programma, ma un'esperienza concreta di amicizia, servizio e speranza condivisa.

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