Uno sguardo cattolico sul presente

Gareth Gore e gli abusi di coscienza nell'Opus Dei

E, soprattutto, cosa succede quando un quadro interpretativo non ammette sfumature? Se ogni influenza è sospetta, se ogni formazione intensa è potenzialmente abusiva, se ogni dedizione esigente è vista come il risultato di una coercizione, allora la conclusione sembra inevitabile: non solo l'Opus Dei sarebbe messa in discussione, ma gran parte della vita religiosa così come è esistita per secoli.

Javier García Herrería

20 marzo 2026

Gareth Gore
@OSV News photo/Rachel Ferriman via Simon & Schuster

Negli ultimi anni, Gareth Gore e diversi altri giornalisti hanno portato avanti una narrazione fortemente critica nei confronti dell'Opus Dei, sostenendo che l'istituzione si è impegnata in intensi “abusi spirituali” nei confronti dei suoi membri. 

Secondo questa tesi, sia i minori che gli adulti vicini all'istituzione sarebbero stati privati di una reale libertà, essendo stati formati - o addirittura “catturati” - in un ambiente che condizionava profondamente le loro decisioni. Inoltre, l'istituzione ha agito in malafede e ha strumentalizzato le persone senza cercare un reale bene per loro. 

Tralasciando il fatto che l'approccio di Gore si basa sull'ascolto esclusivo del ex membri scontenti dell'Opus Dei, L'accusa è seria e merita di essere presa sul serio. Ma solleva anche una domanda inevitabile: se accettiamo questo quadro interpretativo senza sfumature, fino a che punto si spinge, dove si ferma?

Infatti, se il nocciolo dell'argomentazione è che una persona non è pienamente libera quando è stata intensamente formata in una visione religiosa del mondo fin dalla giovane età, allora la questione cessa di riguardare solo l'Opus Dei. Si estende, quasi naturalmente, alla Chiesa cattolica nel suo complesso.

Non è forse vero che milioni di bambini sono stati educati alla fede cattolica fin dalla più tenera età? Non è forse vero che è stato insegnato loro a pregare, a credere, a interpretare la realtà a partire da una certa visione del mondo? Si potrebbe allora sostenere che questa educazione costituisce, di per sé, una forma di “abuso spirituale”, perché condiziona fortemente la futura libertà di scelta?

Se si segue questa logica, che ne è della catechesi parrocchiale, delle scuole religiose, della trasmissione della fede in famiglia? Tutta la socializzazione religiosa diventa una forma di coercizione? Esiste un'educazione - religiosa o meno - che non formi profondamente la coscienza?

Il discorso si fa ancora più complesso se si considerano istituzioni come i seminari minori, dove gli adolescenti discernono una possibile vocazione sacerdotale: si tratta di luoghi di libero accompagnamento o di strutture che condizionano in modo decisivo la volontà? E che dire dei seminari maggiori, ai quali accedono gli adulti: si può dire che chi decide di essere ordinato sacerdote lo fa senza alcuna pressione spirituale o istituzionale?

Inoltre, che dire degli ordini religiosi, dove uomini e donne professano voti di povertà, castità e obbedienza: tale obbedienza deve essere interpretata come una forma di sottomissione incompatibile con la libertà personale o come una scelta consapevole all'interno di un quadro di significato condiviso?

Anche la questione della guida spirituale - uno dei punti sollevati da questi critici - merita un'analisi più ampia. Se guidare la coscienza di una persona lungo linee religiose è potenzialmente problematico, dove si traccia il confine tra accompagnamento e manipolazione? Lo stesso criterio si applica ad altre forme di influenza intensa, come l'educazione sessuale dissoluta e irresponsabile insegnata in molte scuole?

Certo, esistono casi documentati di abusi, malversazioni ed esperienze negative all'interno delle istituzioni ecclesiastiche. Ma è legittimo estrapolare questi casi particolari in un giudizio strutturale totale? Si può definire un'istituzione solo in base ai suoi fallimenti, senza tenere conto della diversità delle esperienze - anche positive - di coloro che vi sono passati? Fino a che punto la censura è giustificata se molte pratiche scorrette sono già state corrette?

E, soprattutto, cosa succede quando un quadro interpretativo non ammette sfumature? Se ogni influenza è sospetta, se ogni formazione intensa è potenzialmente abusiva, se ogni dedizione esigente è vista come il risultato di una coercizione, allora la conclusione sembra inevitabile: non solo l'Opus Dei sarebbe messa in discussione, ma gran parte della vita religiosa così come è esistita per secoli.

È davvero accettabile una simile conclusione o dovremmo piuttosto affinare l'analisi e distinguere tra influenza legittima e abuso reale, tra formazione e manipolazione, tra libertà condizionata - come ogni libertà umana - e libertà annullata?

Perché, in definitiva, la questione non riguarda solo una particolare istituzione. Riguarda il modo in cui intendiamo la libertà, l'educazione e la capacità umana di impegnarsi profondamente in uno stile di vita.

E se portiamo l'argomento alle sue ultime conseguenze, la preoccupazione cresce: rimarrà qualcosa in piedi?

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