Uno sguardo cattolico sul presente

Follia e scandalo

Dobbiamo parlare ai nostri giovani della croce e dello scandalo di seguire un emarginato, un fallito e il disprezzo dell'umanità di oggi. Solo così potranno vedere Cristo nei volti dei crocifissi della terra, abbracciarli e curare le loro ferite.

Javier Segura

24 febbraio 2024

Cristo_croce

Parlando con un giovane cristiano, mi ha confessato di non capire perché noi cattolici diamo tanta importanza alla croce.

  • Dobbiamo parlare della vita, dobbiamo essere persone normali", ha insistito. Essere un cristiano deve essere divertente.
  • Sì, Gesù risorto è vita, e vita in pienezza", risposi dal punto di vista dei miei oltre cinquant'anni. Ma la croce è essenziale per il cristianesimo. Non abbiamo altro Cristo che Cristo crocifisso.
  • Non capisco il significato della croce, del dolore nella vita", ha concluso il mio giovane interlocutore. Forse dovremmo parlarne ancora.

Questa conversazione mi ha ricordato i versi di Antonio Machado nella sua famosa poesia La saetain cui canta il Cristo crocifisso degli zingari, che si conclude con un significativo quartetto finale:

Oh, sei la mia canzone!
Non so cantare e non voglio farlo,
a quel Gesù sull'albero,
ma colui che camminava sul mare!

Antonio Machado, La Saeta

Temo che la Chiesa si muova sempre in questo dilemma spirituale: predicare la croce in tutta la sua gloria, non provoca forse il rifiuto, come in questo giovane, come in tanti che hanno ascoltato San Paolo? Scandalo per gli ebrei, follia per i greci.

Anche la predicazione della croce rimane oggi uno scandalo e una follia. Perché possiamo arrivare a pensare che la predicazione della croce sia una spiritualità del passato, con radici nel Medioevo. Che oggi, per raggiungere gli uomini e le donne del terzo millennio del cristianesimo, sia necessario parlare da altre chiavi.

Possiamo essere tentati di mettere a tacere il messaggio della croce, perché è scomodo, perché è un mistero che non possiamo spiegare. Perché, alla fine, fa male e provoca rifiuto. Oggi come ieri, la gente volge il viso verso colui che è appeso alla croce.

Il dilemma su quanto la croce debba essere presente nella predicazione e nell'evangelizzazione dell'uomo del XXI secolo mi sembra centrale. E credo che abbia implicazioni molto concrete e pratiche.

È più attraente predicare un cristianesimo senza croce, senza persecuzione, in cui siamo e viviamo come tutti gli altri, concentrati a goderci la vita. Ma allora sorge la domanda: può esistere un cristianesimo senza croce? Possiamo basare la nostra religione e la nostra predicazione su una proposta piena di colori e di luce, senza le ombre amare che la morte di Gesù sulla croce inevitabilmente comporta?

Va da sé che l'intero mistero pasquale deve essere predicato e che la vita e la risurrezione hanno l'ultima parola. Che Gesù Cristo è la Vita con la "L" maiuscola. E che in Gesù di Nazareth si scopre la gioia e la felicità che il mondo non può dare.

Ma la nostra salvezza è indelebilmente legata all'albero della croce. Ed è necessario che, come fece San Francesco Saverio nei suoi viaggi missionari in Oriente, mostriamo a questo mondo moderno, il mondo delle immagini, il corpo straziato e spezzato del nostro Salvatore inchiodato a una croce.

E che insegniamo a vivere delle conseguenze che questo comporta. Perché seguiamo un uomo crocifisso. Perché, come ci ha detto Santa Teresa di Calcutta, dobbiamo amare fino a soffrire, come ha amato Gesù. Perché solo guardando Gesù sulla croce entriamo nei misteri più insondabili della nostra esistenza. Quei misteri che non possono essere riempiti con un "...".birra.

Inoltre, dal punto di vista educativo, è essenziale mostrare ai nostri giovani l'altra faccia della medaglia della vita: la croce. Solo se educhiamo a imparare a soffrire saremo veramente educatori. Perché la sofferenza è una dimensione legata alla vita e ai suoi limiti. Ed è per questo che non c'è vera educazione se non si insegna ai giovani a gestire correttamente la sofferenza.

Questa è una follia e uno scandalo educativo!

Perché se c'è una cosa che contraddistingue la proposta dell'educazione attuale è che dobbiamo fuggire dalla sofferenza e da ciò che costa.

In una società di genitori e insegnanti iperprotettivi, in cui ciò che conta è esaudire i desideri del bambino affinché sia felice, li stiamo privando della capacità di affrontare le difficoltà, di imparare a essere frustrati, di imparare a soffrire.

In fondo, pensiamo che da grandi avranno difficoltà e, in realtà, li stiamo privando degli strumenti per affrontare con coraggio e forza l'altra faccia della vita, quella del dolore, quando inesorabilmente arriverà.

Come mi disse quel giovane, noi adulti dobbiamo parlare ai nostri giovani della croce e dello scandalo di seguire un emarginato, un fallito e disprezzato dagli uomini.

Solo se educhiamo i nostri giovani in questo modo, essi saranno in grado di vedere Cristo nei volti dei crocifissi della terra, di abbracciarli e di curare le loro ferite.

Anche se fa male.

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